Ogni giorno lasciamo tracce. Lo facciamo quando cerchiamo qualcosa online, utilizziamo uno smartphone, attraversiamo una città, effettuiamo un pagamento, g
Ogni giorno lasciamo tracce.
Lo facciamo quando cerchiamo qualcosa online, utilizziamo uno smartphone, attraversiamo una città, effettuiamo un pagamento, guardiamo un video o semplicemente ci fermiamo qualche secondo in più davanti a un contenuto. Azioni apparentemente insignificanti che, una dopo l’altra, costruiscono una rappresentazione sempre più precisa di noi.
Per molto tempo abbiamo pensato ai dati personali come a informazioni facilmente riconoscibili: un nome, un indirizzo, una fotografia, un numero di telefono. Oggi questa definizione non basta più.
La nostra identità digitale non è fatta soltanto di ciò che dichiariamo. È fatta soprattutto di ciò che facciamo.
Orari, spostamenti, preferenze, relazioni, abitudini, tempi di reazione e sequenze di comportamento possono essere correlati e interpretati. L’intelligenza artificiale accelera ulteriormente questo processo, perché rende possibile individuare pattern all’interno di quantità di informazioni che nessun essere umano potrebbe analizzare con la stessa velocità.
Ed è qui che emerge una trasformazione più profonda.
La tecnologia non si limita più ad aspettare un nostro comando. Sempre più spesso osserva il contesto, propone alternative, seleziona informazioni, suggerisce percorsi e anticipa ciò che potremmo desiderare.
È comodo. Ed è proprio questa comodità a rendere la questione interessante.
Perché ogni volta che deleghiamo una piccola decisione guadagniamo tempo, ma cediamo anche una parte del processo attraverso cui quella decisione viene costruita.
Il problema, quindi, non è immaginare una guerra tra esseri umani e macchine. È una rappresentazione spettacolare, ma troppo semplice.
La questione reale è molto più silenziosa.
Quanto comprendiamo ancora dei sistemi ai quali affidiamo parti crescenti della nostra vita?
La cybersecurity entra esattamente in questo spazio. Non riguarda più soltanto la protezione di reti, dispositivi e password. Riguarda la capacità di proteggere dati, identità, autonomia e possibilità di scelta all’interno di ambienti digitali sempre più capaci di interpretarci.
Per questo la domanda rappresentata in questa immagine non riguarda un futuro lontano.
Riguarda già il presente.
Quanto di noi è ancora davvero nostro?
E forse la domanda ancora più importante è quella che viene subito dopo:
dove finisce la tecnologia e dove iniziamo noi?
Cyberumanità nasce anche per esplorare questo confine.