Ad Ancona, una riflessione sulla cybersecurity marittima e su ciò che accade quando porti, navi, dati e infrastrutture diventano parti dello stesso sistema
Ad Ancona, una riflessione sulla cybersecurity marittima e su ciò che accade quando porti, navi, dati e infrastrutture diventano parti dello stesso sistema.
Ieri mattina, entrando alla Mole Vanvitelliana di Ancona per il convegno “Sicurezza, Istituzioni e Scenari in Evoluzione: diplomazia ed autorità in contesti marittimi e territoriali globali”, il mare era inevitabilmente presente. Non soltanto perché ci trovavamo in una città costruita intorno al proprio rapporto con l’Adriatico, ma perché buona parte delle questioni affrontate durante l’incontro conduceva, direttamente o indirettamente, allo stesso problema: come cambia la sicurezza quando i confini tra territorio, infrastrutture, tecnologia e relazioni internazionali diventano sempre meno netti? La scelta di Ancona, del resto, non era casuale. Nella presentazione ufficiale del convegno la città veniva descritta come un punto naturale di collegamento tra Italia, Europa centro-orientale e Mediterraneo e come parte di uno spazio adriatico-ionico nel quale dimensione locale e scenari internazionali inevitabilmente si incontrano.
È all’interno di questo contesto che ho portato il mio contributo sulla cybersecurity marittima. Il programma prevedeva interventi provenienti dal mondo istituzionale, diplomatico, militare e della sicurezza, con il mio dedicato specificamente a “La cyber sicurezza in ambito marittimo”.
Ho scelto però di partire da una prospettiva più ampia rispetto alla semplice protezione informatica delle navi. Perché il problema, ormai, non è mettere un antivirus su un’imbarcazione o difendere il computer di un porto. La trasformazione è molto più profonda: il sistema marittimo globale sta diventando un enorme ecosistema cyber-fisico nel quale navi, porti, infrastrutture energetiche, comunicazioni, supply chain, piattaforme digitali e persone dipendono sempre più gli uni dagli altri.
Per gran parte del Novecento una nave poteva essere descritta soprattutto attraverso la sua dimensione fisica: scafo, motore, equipaggio, apparati di navigazione. Anche il porto appariva come uno spazio prevalentemente materiale, fatto di banchine, gru, magazzini, dogane e accessi controllati. Oggi quella rappresentazione è incompleta. Una nave moderna è anche una rete informatica galleggiante. Sistemi amministrativi e di comunicazione convivono con tecnologie operative che controllano navigazione, propulsione, energia, carico e altri processi essenziali. Un porto, allo stesso modo, non è più soltanto un luogo nel quale transitano container e persone: è una piattaforma nella quale circolano contemporaneamente merci, identità digitali, autorizzazioni, informazioni logistiche, dati commerciali e istruzioni operative. È il passaggio che durante il mio intervento ho sintetizzato come trasformazione dal metallo al dato.
Questa trasformazione modifica anche qualcosa che pensavamo di conoscere bene: il confine. Il limite di un’infrastruttura portuale non coincide più necessariamente con una recinzione o con un cancello. Può trovarsi nelle credenziali digitali di un operatore, nella connessione remota di un fornitore, nella rete IT/OT, in un dispositivo industriale o in un software utilizzato lungo la supply chain. Una vulnerabilità apparentemente distante può così diventare il punto di ingresso verso un sistema fisico. La vulnerabilità di un porto non finisce più ai cancelli del porto. Ed è probabilmente questo uno dei cambiamenti più importanti da comprendere: la digitalizzazione non elimina la geografia, ma aggiunge alla geografia fisica una seconda geografia, invisibile, fatta di dipendenze e connessioni.
Anche il concetto di minaccia cambia di conseguenza. Siamo abituati a separare cybercrime, criminalità organizzata, sabotaggio, spionaggio e conflitto tra Stati. Nel dominio marittimo contemporaneo queste categorie possono invece sovrapporsi. Un ransomware può interrompere un processo logistico e produrre conseguenze fisiche; la manipolazione di dati può facilitare attività criminali; lo spoofing dei sistemi di navigazione può alterare la percezione della posizione; una compromissione informatica può essere utilizzata all’interno di una strategia molto più ampia. La minaccia ibrida nasce precisamente in questo spazio ambiguo, dove diventa più difficile capire non soltanto chi abbia attaccato, ma anche quale fosse il vero obiettivo e quale livello di risposta sia appropriato. Per compromettere un sistema marittimo non è più necessario colpire fisicamente una nave. Può essere sufficiente impedirle di fidarsi dei propri dati.
Ancona rende tutto questo particolarmente concreto. La relazione Il mare come frontiera digitale, sviluppata a partire dai temi affrontati nell’intervento, dedica infatti attenzione specifica al ruolo dell’Adriatico e della città. Ancona continua a svolgere la sua storica funzione di collegamento con Croazia, Albania, Grecia e con i corridoi adriatico-ionici, ma oggi questa posizione assume una dimensione ulteriore: le supply chain che attraversano il porto dipendono da sistemi digitalizzati, Operational Technology, piattaforme cloud e reti operative integrate. Una compromissione non rimarrebbe necessariamente confinata all’infrastruttura colpita, ma potrebbe incidere sulla logistica regionale e sulla continuità dei collegamenti euro-mediterranei.
Sotto la superficie esiste poi un livello ancora meno visibile. Energia e cyberspazio sono ormai profondamente interdipendenti, mentre cavi sottomarini e backbone digitali attraversano l’Adriatico collegando Italia, Balcani ed ecosistema euro-mediterraneo. Proteggere queste infrastrutture significa proteggere comunicazioni, dati e continuità operativa.
È una prospettiva che costringe a superare un’altra convinzione comune: ciò che appare locale non è necessariamente locale. Un porto medio, un cavo, una piattaforma energetica o un sistema logistico possono assumere valore strategico non per le loro dimensioni, ma per la posizione occupata all’interno della rete.
Ed è qui che la cybersecurity smette definitivamente di essere una questione esclusivamente tecnica. Durante l’intervento ho dedicato una parte importante al coordinamento, perché ogni soggetto coinvolto nella sicurezza marittima osserva una porzione differente dello stesso sistema. Difesa e intelligence possiedono determinate capacità e informazioni; autorità portuali, dogane e operatori logistici ne possiedono altre; aziende e fornitori conoscono i propri sistemi; specialisti cyber vedono anomalie che possono essere invisibili a chi si occupa prevalentemente di sicurezza fisica. Ognuno possiede una parte del puzzle, ma nessuno, da solo, vede necessariamente l’immagine completa. Il problema è che una minaccia ibrida non rispetta questa divisione delle competenze. Attraversa organizzazioni, tecnologie e responsabilità amministrative con molta più facilità di quanto le istituzioni riescano talvolta a condividere informazioni.
La frammentazione può quindi diventare essa stessa una vulnerabilità. Non perché manchino professionalità o tecnologie, ma perché continuiamo spesso a proteggere separatamente sistemi che nella realtà funzionano insieme. Cybersecurity, sicurezza fisica, intelligence, business continuity, protezione delle infrastrutture critiche e gestione delle emergenze appartengono ormai allo stesso problema operativo. La relazione sviluppa precisamente questa necessità di integrazione: cybersecurity, resilienza operativa e sicurezza marittima non possono più essere considerate discipline separate, perché la protezione del dominio marittimo richiede sicurezza fisica, cyber defense, intelligence, governance e cooperazione.
In mezzo a questa crescente complessità rimane poi l’essere umano. È facile immaginare che la risposta alla digitalizzazione sia semplicemente altra tecnologia: più sensori, più automazione, più monitoraggio, più intelligenza artificiale. Sono strumenti indispensabili, ma non sufficienti. Nella rappresentazione proposta durante il mio intervento, l’architettura della sicurezza marittima poggia su tecnologia, processi e fattore umano. Possiamo segmentare reti, monitorare anomalie e automatizzare controlli, ma continueranno a essere persone e organizzazioni a decidere chi può accedere, quale comportamento rappresenta realmente un’anomalia, quando un sistema deve essere isolato, quali informazioni possono essere condivise e quale risposta adottare durante una crisi.
L’automazione non elimina quindi la responsabilità umana. La sposta. E più un sistema diventa autonomo, più diventa importante capire dove quella responsabilità rimane collocata.
Questa domanda diventerà ancora più difficile nei prossimi anni. Navi autonome, Maritime Autonomous Surface Ships, sensoristica distribuita, connettività satellitare, cloud marittimo, sistemi di navigazione assistiti dall’intelligenza artificiale e strumenti predittivi promettono di aumentare efficienza e capacità di osservazione. Ma autonomia significa anche dipendenza dalla qualità dei dati e dall’integrità dei sistemi attraverso i quali una macchina interpreta il proprio ambiente. L’intelligenza artificiale potrà identificare anomalie che un operatore umano non sarebbe in grado di riconoscere e reagire a velocità incompatibili con i tradizionali processi decisionali. Allo stesso tempo, manipolazione dei dati, warfare algoritmica e attacchi automatizzati potranno sfruttare proprio quella velocità. La relazione evidenzia questa doppia traiettoria: AI-driven monitoring, predictive cyber defence, digital twins e automazione possono migliorare detection ed efficienza, ma introducono contemporaneamente nuove superfici di esposizione.
La questione, allora, non è scegliere tra tecnologia e assenza di tecnologia. Sarebbe una contrapposizione artificiale. Il problema è costruire sistemi capaci di continuare a funzionare quando una parte della tecnologia fallisce, viene compromessa o produce informazioni che non possiamo più considerare affidabili. È qui che la resilienza diventa più importante della semplice difesa. Nessuna infrastruttura complessa può essere resa invulnerabile; può però essere progettata affinché un incidente non si trasformi automaticamente in un collasso.
Da questo punto di vista, parlare di cybersecurity marittima significa inevitabilmente parlare anche di cooperazione internazionale. Il mare è uno spazio transnazionale per natura. Una nave può essere costruita in un Paese, registrata in un altro, operata da una società con sede altrove, utilizzare tecnologie provenienti da numerosi fornitori e trasportare merci appartenenti ad aziende distribuite in più continenti. La dimensione digitale aggiunge ulteriori dipendenze. Nessuno Stato, nessuna autorità portuale e nessuna impresa può realisticamente ottenere una visibilità completa su questo ecosistema.
La sicurezza diventa quindi una forma di relazione.
Servono standard condivisi, capacità di risposta interoperabili, threat intelligence, coordinamento istituzionale e meccanismi attraverso i quali organizzazioni differenti possano scambiarsi informazioni senza perdere controllo, responsabilità e fiducia. Non è casuale che la normativa internazionale abbia progressivamente incorporato il cyber risk management nella gestione della sicurezza marittima: il rischio digitale non viene più considerato un problema accessorio dell’IT, ma un rischio operativo capace di incidere sulla navigazione e sulla continuità delle attività.
È proprio qui che cybersecurity e diplomazia iniziano a incontrarsi. Più le infrastrutture diventano interdipendenti, più nessuno può proteggerle completamente da solo. E più aumenta questa dipendenza reciproca, più la fiducia assume un valore concreto. Non parliamo di fiducia come concetto astratto o morale. Parliamo della possibilità di considerare attendibile un dato ricevuto, verificabile un’identità digitale, affidabile un partner della supply chain, autentica una comunicazione, condivisibile un’informazione relativa a una minaccia.
Nel mondo interconnesso, la fiducia è diventata un’infrastruttura.
Forse è questo il passaggio che porta la cybersecurity marittima oltre la cybersecurity stessa. Proteggere una rete non significa soltanto impedire un accesso non autorizzato. Significa preservare le condizioni attraverso le quali persone, aziende e istituzioni possono continuare a prendere decisioni ragionevoli sulla base delle informazioni disponibili. Quando viene meno questa possibilità, il danno non riguarda soltanto il sistema informatico: riguarda la capacità dell’organizzazione di comprendere ciò che sta accadendo.
Ripensando al convegno di ieri, è difficile non collegare tutto questo proprio alla Mole Vanvitelliana, circondata dal mare. Ancona è abituata da secoli a guardare contemporaneamente verso terra e verso l’Adriatico. Il porto racconta una geografia visibile di navi, persone, commerci e collegamenti. Ma sopra e sotto quella geografia ne abbiamo costruita un’altra, molto più difficile da osservare: connessioni satellitari, sensori, sistemi industriali, reti energetiche, infrastrutture sottomarine, piattaforme digitali e algoritmi. È una geografia nella quale un dato manipolato può produrre una conseguenza fisica e un cavo invisibile sul fondo del mare può diventare essenziale per la continuità digitale di intere società.
Per questo il messaggio che ho voluto portare ieri ad Ancona non riguardava soltanto gli specialisti della sicurezza informatica. Riguardava istituzioni, imprese, autorità marittime, forze di sicurezza, università e, in ultima analisi, chiunque dipenda da infrastrutture che consideriamo normali proprio perché funzionano quasi sempre senza che ce ne accorgiamo.
La vera trasformazione non consiste nel fatto che il mare stia entrando nel cyberspazio. Il mare vi è già pienamente immerso.
La domanda che rimane, a convegno concluso, è quindi diversa da quella con cui siamo abituati ad affrontare la digitalizzazione. Non dobbiamo chiederci soltanto quanta tecnologia possiamo introdurre nelle nostre infrastrutture, ma quanta complessità siamo capaci di governare senza perdere comprensione, responsabilità e capacità di intervento.
Perché il mare continuerà a collegare territori, economie e persone come ha sempre fatto. Soltanto che oggi collega anche sistemi, dati e vulnerabilità. E ciò che tiene insieme questa nuova geografia non è più soltanto una rotta tracciata su una carta nautica: è una rete di dipendenze che dobbiamo imparare a vedere prima di poterla davvero proteggere.
Leggi l’estratto: https://www.cyberumanita.com/pubblicazioni/studi-relazioni/il-mare-come-frontiera-digitale